23 de mayo de 2020

A Porto Selvaggio, la "Fonte della Natura" 22-05-2020

Una bellissima mattina con lieve vento di tramontana dopo un rinfrescante giorno di pioggia.

Parcheggiato a Villa Tafuri per prendere il percorso per direttissima.

La prima volta che venni a Porto Selvaggio era l'8 marzo, di ritorno da una commissione paesaggistica ad Ugento.
Era notte, e piovigginava leggermente, arduo non scivolare sulle pendenze più elevate con roccia nuda e bagnata. Ma quello che più ricordo di allora era il senso di tristezza, per Renata Fonte, una percezione palpabile.

Ieri, appena arrivato, ho preso un percorso secondario che mi ha portato sulla cima di una collinetta alberata, dove, con una certa sorpresa, ho trovato una distesa di fresie con la vegetazione oramai quasi secca: che spettacolo deve essere stato a marzo!
Così ho deciso, l'anno prossimo, di recarmi in quel punto e marzo (il mese in cui politici mafiosi fecero assassinare Renata Fonte), per scattare foto e magari pensare a qualche poesia.

Procedendo, un Verdone, con il suo becco grosso, che evidentemente ha una buona plasticità ecologica, ma preferisce le aree con buona presenza di alberi, a differenza dei cardellini.

Proseguo lungo la costa e poi, in una zona in cui la pineta si apre a gariga a cisti ed issopo, mi inoltro all'interno, per poi sbucare fuori al belvedere prima della Grotta del Cavallo, che spettacolo!

Un panorama spettacolare con solo il fruscio del vento tra le orecchie.

Incontro la Melanargia arge, una farfalla endemica italiana inserita nelle liste rosse e tante Zygaena filipendulae, una appena sfarfallata dalla crisalide.

Fotografo l'alisso di Leuca che cresce solo nel Salento, i cui frutti tanto mi ricordano l'ampolla di San Gennaro, e due altre specie rupicole, la Scrofularia lucida e Lotus cytisoides.

Questo è il luogo che fu abitato dall'uomo di Cro-Magnon 35000 anni fa, durante l'Uluzziano, nel Paleolitico Superiore (non nel Neolitico, come giustamente mi corregge il Regista Fabio Frisenda, nel Paleolitico l'uomo è ancora cacciatore-raccoglitore e usa solo pietra scheggiata, non levigata, come farà invece nel Neolitico con l'inizio dell'agricoltura).

Mi godo un tè in questo magnifico scenario, mentre fotografo un gabbiano corso che vola sotto di me, una rara visita di un grande navigatore dei mari e dei cieli, che di rado si avvicina a terra.

Qui, grazie a Renata, la Natura è ancora sovrana.

Ingresado el 23 de mayo de 2020 por valentino_traversa valentino_traversa | 15 observaciones | 1 comentario | Deja un comentario

20 de mayo de 2020

Cantano le upupe le volpi in fuga

Dato il poco sonno notturno (ditteri Culicidae suonavano zigzaganti serenate alle mie orecchie) ho scelto un luogo riposante per la mia uscita primomattutina, il "balcone" sopra Bacino Grande, un poderoso gradino calcareo con uno splendido panorama sui due mari, quello Jonio e quello dell'erba della substeppa, con in più qualche albero isolato.

Alberi che sono essenziali, bruciacchiati dagli incendi, per l'avifauna - questo è il luogo dell'avifauna, un incredibile hotspot di biodiversità sull'incrocio di diverse rotte migratorie - c'è sempre qualcosa da vedere.

Mi accoglie il canto delle upupe, l'u-u-u con cui segnano il territorio; ho imparato da poco a "vederle": quando le si sente vicine bisogna guardare su comodi rami spogli tra alberi vicini, l'upupa vuol farsi vedere dai suoi consimili, mentre il suo piumaggio, la postura ed il ciuffo raccolto (lo dispiega solo quando irritata) garantiscono un buon mimetismo con un moncone di ramo.

Arrivato al mio sitting spot, mi godo il mare d'erba in una giornata limpida e tranquilla, anche dalla strada lontana arrivano pochi o nessun rumore, mi rilasso sorseggiando il mio té pu-erh e chun-mee.

Dopo un poco il mio sguardo è attratto da un movimento e scorgo due cani, con fare esploratorio, che attraversano il mare d'erba. Il tempo di notarli e partono all'inseguimento di una povera volpe, forza amica rossa!

Fortunatamente i cespugli di macchia abbondano - già conosco la strategia delle volpi, entrare in un punto ed uscire ... non si sa dove - e i cani sono sovrappeso, per cui restano con un palmo di naso.

Ritornata la tranquillità, dopo un breve concerto di gazze,

le upupe ritornano sugli spalti, con un fare sussiegoso da direttore d'orchestra, capelli (piume) ben raccolti all'indietro e via al concerto.

Sono divertenti, nel loro canto territoriale, abbassano il becco chiuso sul petto e sussultano come scossi da attacchi di devastante singhiozzo. Di tanto in tanto l'altro verso, rauco, che ci dice che c'è un altro esemplare con loro sull'albero e, per la prima volta, le sento con un terzo verso, cinguettante, che presumo sia un verso di corteggiamento, facciamo le frivole oggi, eh!

Più tardi, nel fare taiji, me se ne avvicina una, appendendosi ad un rametto a pochi metri, uno sguardo reciproco, un frullo d'ali e via.

Finalmente riesco a fotografare una delle cinciarelle che sento così spesso, la loro strategia è simile a quella dell'occhiocotto, "buttati in un cespuglio e canta dal suo interno". Può parere strano, il non riuscire a vederli, ma nella loro livrea colorata l'azzurro e il giallo si fondono nel risultante verde. L'occhiocotto, artista del nascondino della macchia, ha scelto di spezzare la sua sagoma con l'ombra, quella del capo su cui brucia feroce (per i suoi simili) l'occhio rosso, la cinciarella ha scelto i colori freschi, che la fanno scomparire tra germogli e foglie fresche.

Ed io mi godo immensamente anche questi semplici germogli di pino - ma come, quelli che vedi così spesso ed ogni anno? Sì, il nutrimento dei nostri sensi non chiede specie rare dai nomi difficili, ma l'apertura ai nostri sensi, quando la consapevolezza di esistere si fonde con la percezione, in un eterno istante senza tempo.

Ingresado el 20 de mayo de 2020 por valentino_traversa valentino_traversa | 5 observaciones | 0 comentarios | Deja un comentario

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